Un taxiespresso scivolò sulla rampa, e Quellen si unì ai numerosi passeggeri in attesa. Mentre il veicolo si muoveva, si udì il ronzio dell’energia. In preda a una sorda paura Quellen si recò in città, all’appuntamento con Koll.

Il palazzo in cui aveva sede il Segretariato di Polizia, era considerato un capolavoro architettonico. Ottanta piani sormontati da torri appuntite, e muri coperti di una sostanza rossa, ruvida e sabbiosa, che scintillava quand’era illuminata. L’edificio aveva radici profonde. Quellen ignorava quanti fossero di preciso i piani sotterranei, e sospettava che nessuno lo sapesse, tranne alcuni membri dell’Alto Governo. Di sicuro, c’erano venti piani occupati dal calcolatore, e, sotto, un rifugio blindato; ancora più giù, otto piani occupati dalle stanze degli interrogatori. Più in basso qualcuno diceva che ci fosse un altro calcolatore, profondo quaranta piani, e secondo alcuni era quello il vero calcolatore, mentre l’altro era finto, e serviva da paravento. Forse era vero, ma Quellen non aveva mai cercato di indagare fino in fondo. Non aveva alcuna voglia di farsi notare e la cosa migliore era di tenere a freno la sua curiosità.

Gli impiegati disposti su due fitte file salutarono rispettosamente Quellen al suo passaggio. Lui sorrise. Poteva permettersi di essere gentile. Qui era qualcuno, il mana di Settima Classe. Mentre loro erano di Quattordicesima o Quindicesima, e il ragazzo che vuotava i cestini dei rifiuti probabilmente apparteneva alla Ventesima. Ai loro occhi, lui era un pezzo grosso, uno che era in confidenza con membri dell’Alto Governo, forse addirittura con Danton e Kloofman stessi. È questione di prospettiva, pensava Quellen. In realtà, lui aveva visto per un attimo, e solo una volta, Danton, o qualcuno che dicevano essere Danton. E non aveva validi motivi per ritenere che Kloofman esistesse davvero, anche se forse esisteva.



7 из 165