Stringendo forte la maniglia della porta, aspettò di essere individuato. La porta dell’ufficio si aprì e Quellen poté vedere sedute alla scrivania proprio le persone che gli erano meno simpatiche. Il piccolo Martin Koll, dal naso aguzzo, che somigliava in tutto e per tutto a un grosso roditore, seduto di fronte alla porta, stava sfogliando un fascio di minischede. Quando Quellen entrò, Koll allungò nervosamente una mano verso il muro e aprì la bocchetta dell’ossigeno in modo che ne fluisse a sufficienza per tre persone.

«Ce ne avete messo del tempo» disse poi, senza alzare gli occhi.

Quellen lo fulminò con lo sguardo. Koll aveva i capelli grigi, la faccia grigia, l’anima grigia. Lo odiava. «Mi dispiace» rispose. «Ho dovuto cambiarmi. Era il mio turno di riposo.»

«Qualsiasi cosa facciamo, la situazione rimarrà immutata» borbottò Spanner non badando assolutamente al nuovo venuto. «Quello che è successo è successo, e niente di quello che faremo avrà il minimo effetto. Capite? Mi viene voglia di spaccare tutto.»

«Sedetevi, Quellen» disse Koll con fare sbrigativo. Poi si rivolse a Spanner, un tipo taurino, con la fronte bassa e i lineamenti marcati. «Credevo che su questo fossimo ormai d’accordo» disse. «Se interveniamo, sarà un disastro. Dovendo coprire circa cinquecento anni, sconquasseremo tutto quanto. Questo è evidente.»

Quellen sospirò di sollievo. Di qualunque cosa fossero preoccupati quei due, il suo nascondiglio in Africa non c’entrava. Dai discorsi gli sembrò di capire che stavano parlando dei saltati. Bene. Adesso che i suoi occhi non erano più offuscati dalla paura di doversi sottoporre a un umiliante castigo, guardò meglio i suoi superiori. Koll e Spanner dovevano discutere già da un po’ di tempo. Koll aveva una mente profonda, agile e nervosa, ma l’energia di un uccello. Spanner invece era più potente. Si diceva che avesse relazioni in alto loco, molto in alto.



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