Pieno d’inquietudine, scagliò un altro sasso in acqua.

Pong.

Mentre osservava i cerchi concentrici delle increspature perdersi sulla superficie scura della corrente, Quellen tornò a sentire la campana che suonava in fondo alla casa. Pong. Pong. Pong. Il senso di disagio si trasformò in cupo presentimento. Quellen corse al telefono.

Pong.

Rispose, senza attivare il video. Non era stato facile sistemare le cose in modo che tutte le chiamate dirette al suo domicilio di Appalachia, all’altro capo del mondo, venissero automaticamente ritrasmesse lì.

«Quellen» disse, fissando il grigio schermo opaco.

«Qui parla Koll» fu la gracchiante risposta. «Non sono riuscito a trovarvi prima. Perché non attivate il video, signor Quellen?»

«Non funziona.» E si augurò che il sospettoso Koll, suo immediato superiore al Segretariato di Polizia, non fiutasse la menzogna nella sua voce.

«Venite qui subito, per piacere, Quellen. Spanner ed io dobbiamo discutere una questione urgente con voi. Capito, Quellen? Urgente. È una cosa dell’Alto Governo. Fanno molte pressioni.»

«Sissignore. Altro, signore?»

«No, vi dirò i particolari quando verrete. E cioè, immediatamente» concluse Koll, troncando di scatto la comunicazione.

Quellen continuò a fissare a lungo lo schermo opaco, mordicchiandosi il labbro. La paura gli attanagliava il cuore. Che lo volessero al quartiere generale per parlare del suo nascondiglio illegale? Era forse arrivato il momento della resa dei conti? No, no. Non potevano sapere. Aveva preso tutte le precauzioni possibili e immaginabili.

Eppure, non riusciva a fare a meno di ripetersi, dovevano aver scoperto il suo segreto, altrimenti, perché mai Koll lo avrebbe convocato d’urgenza e con un tono così sferzante? Quellen si mise a sudare, malgrado l’aria condizionata che mitigava notevolmente il calore infuocato del Congo.



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