
Era bello vivere nel cuore dell’Africa tropicale, malgrado gli insetti, il fango nero, la solitudine, l’umidità e tutto il resto. Valeva la pena rischiare di essere scoperto.
Quellen recitò la litania delle benedizioni. Marok pensò. Niente Marok, qui, né Koll, né Spanner, né Broog, né Leeward. Nessuno. Ma soprattutto non c’è Marok. È lui che mi manca meno di tutti.
Che sollievo potersene stare lì senza dover sopportare le loro voci ronzanti, senza rabbrividire quando entravano d’improvviso nel suo ufficio! Naturalmente, era arbitrario e immorale da parte sua comportarsi in quel modo, come un Raskolnikov moderno che trascendeva tutte le leggi morali. Tutto questo era disposto ad ammetterlo; tuttavia si ripeteva spesso che il viaggio della vita si fa una volta sola e, in fin dei conti, che importanza poteva avere se aveva fatto una parte del viaggio in Prima Classe?
Solamente lì c’era libertà.
E il fatto di stare lontano da Marok, il suo odioso collega di stanza, era l’aspetto più positivo. Non c’erano i suoi piatti sporchi che gli davano così fastidio, né i mucchi di libri sparsi dappertutto nella loro stanzetta, e la sua voce acida che parlava incessantemente al visifono, proprio mentre Quellen cercava di concentrarsi.
No, niente Marok, lì.
Però, pensava mestamente Quellen, la pace che aveva pregustato quando si era costruito quella nuova casa, non si era realizzata. Succedeva sempre così: quando si raggiungeva lo scopo, la soddisfazione veniva a mancare. Per anni, con pazienza infinita, aveva atteso il giorno in cui l’avrebbero promosso alla Settima Classe e avrebbe avuto il diritto di vivere da solo. Quel giorno era venuto, ma non gli era bastato. Così si era procurato illecitamente quel pezzetto d’Africa. E adesso che aveva ottenuto anche questo, la vita era un susseguirsi sgradevole di paure.
