
«Pong!»
Era la campana di avvertimento: qualcuno lo voleva. Voleva che tornasse là in quell’orribile conigliera di Appalachia. Quellen ignorò la campana. Era tranquillo e sereno e non aveva voglia di irritarsi andando a rispondere.
Pong. Pong. Pong.
Non era un suono insistente, solo importuno, basso e ben modulato, prodotto da un piatto di bronzo percosso da un martello avvolto nel feltro. Ignorandolo, Quellen continuò a dondolarsi avanti e indietro nella sua poltrona pneumatica, cogli occhi fissi sui coccodrilli insonnoliti che sguazzavano nelle acque fangose del fiume che scorreva in basso, sotto il suo portico. Pong. Pong. Dopo un po’ la campana smise di suonare. Quellen rimase seduto, beatamente passivo, a godersi il caldo odore della vegetazione e ad ascoltare il ronzio degli insetti.
L’unico particolare del Paradiso Terrestre che non gli piaceva, era proprio l’incessante ronzio dei brutti insetti che svolazzavano nell’aria calma e afosa. In un certo senso, rappresentavano un’invasione; erano il simbolo della sua vita prima di essere promosso alla Settima Classe. Allora il ronzio era quello della gente che affollava l’enorme alveare di una città, e Quellen lo detestava. Ad Appalachia non c’erano insetti veri, naturalmente. Solo il ronzio simbolico.
Quellen si alzò e andò alla balaustra a guardare il fiume. Era un uomo al di sotto della mezza età e al di sopra della statura media, più magro di quanto non fosse stato un tempo; con capelli castani indisciplinati, un’ampia fronte madida di sudore, e occhi gentili, di una sfumatura che non era né verde né azzurra. Le labbra, sottili e sempre serrate, gli conferivano un’aria decisa, subito smentita da un mento poco volitivo.
Gettò pigramente un sasso nell’acqua. «Prendetelo!» gridò a due coccodrilli che scivolavano silenziosi verso il punto in cui era caduto, sperando in un grosso boccone di carne. Ma il sasso affondò, facendo risalire alla superficie delle bolle nere, e i coccodrilli urtarono fra loro i musi appuntiti e poi si allontanarono. Quellen sorrise.
