«Ma per liberarci di qualche milione di prolets…»

Spanner brontolò, stringendo più forte il fascio di schede. Quellen, che si sentiva un intruso, guardava ora l’uno ora l’altro.

«Va bene» disse lentamente Spanner. «Sono d’accordo con voi che è un vantaggio perdere tutti quei prolets, anche se, dalle informazioni in nostro possesso, risulta che queste perdite cesseranno. Voi dite che dovremmo lasciare le cose come stanno, altrimenti altereremmo il passato. Io sono del parere contrario. Ma lasciamo perdere. Non voglio discutere su questo punto, visto che sembrate tanto sicuro. Per di più, pare che voi consideriate la faccenda come un ottimo sistema per ridurre la popolazione. E su questo sono d’accordo con voi, Koll. Non mi piace tutta questa ressa più di quanto piaccia a voi, e ammetto che la situazione oggi rasenta l’assurdo. Ma riflettete: noi siamo costretti ad agire, perché è illegale, immorale, e via dicendo che qualcuno tragga profitto alle nostre spalle dai viaggi nel tempo. Bisogna farli smettere. Cosa ne pensate, Quellen? In fin dei conti la cosa riguarda il vostro lavoro.»

L’essere interpellato direttamente fece trasalire Quellen. L’uomo stava ancora chiedendosi se avrebbe fatto bene o no a intervenire nella discussione: tutti quei discorsi non gli erano ancora ben chiari. Si limitò quindi a sorridere scuotendo la testa.

«Non avete opinioni in merito?» chiese aspro Koll.

Quellen lo guardò. Non riusciva a sostenere lo sguardo su quegli occhi duri e incolori, per cui si limitò a fissare gli zigomi del suo superiore. E tacque.

«Non avete opinioni in merito, Quellen? Peccato; non è da voi.»

Quellen trattenne un brivido. «Temo di non aver seguito da vicino gli ultimi casi dei saltati. Come sapete, sono stato occupato in certi progetti che…»



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